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venerdì, 25 agosto 2006
ITALIANI, BRAVA GENTE

Le "regole di ingaggio": fino a qualche tempo fa era una allocuzione il cui utilizzo era confinato agli ambienti specialistici militari, talvolta esportata in film di guerra americani. Sentirla pronunciare oggi da coloro che, pacifisti senza se e senza ma, fino a qualche luna fa scendevano in piazza contro tutte le dislocazioni di truppe e persino contro le parate a festa, risulta alquanto patetico.

Sotto le bandiere della pace, scolorite al sole dei balconi, questi novelli strateghi del peace-keeping, discettano sui comportamenti da adottare dalle nostre truppe da inviare in Libano, dimenticando il protocollo comune adottato dalla maggioranza delli paesi europei: fregarsene o, al limite, qualche centinaio di ufficiali genieri come ha fatto la Francia o qualche nave al largo di Beirut come ha deciso la Germania.

Dobbiamo esserci, su questo non ci piove, ma non per un "nuovo ruolo di protagonisti sullo scenario internazionale" sbandierato dal "facilitatore"(?) Prodi, bensì per la consapevolezza che nel Medio Oriente si combatte la battaglia che non coinvolge solo Israele ma dal cui esito dipendono la nostra sicurezza e il nostro futuro.

Le regole di ingaggio devono rappresentare una costante  che ha da tener conto di almeno due variabili: lo scenario politico-militare del teatro di guerra, le capacità tecniche di reazione delle forze in campo.

Riguardo al primo aspetto sorge il problema della riconoscibilità dei contendenti. Nell'area medio-orientale, accanto all'UNIFIL, esiste un'altra forza di interposizione dislocata in Sinai: la Multinational Force and Observer dislocata nella Penisola del Sinai, cui partecipa anche l'Italia mediante un contingente navale che controlla lo Stretto di Tiran. Entrambe le forze sono poste tra due entità perfettamente riconoscibili (Israele-Libano, Israele-Egitto) per direzione politica e militare. Il contingente ONU nasce con il peccato originale di frapporsi tra una Stato riconosciuto e milizie che, nel migliore dei casi, si identificano con un partito. Il problema si complica nel momento in cui i soldati italiani venissero schierati sulla linea di confine Libano-Israele verosimilmente con il compito di ostacolare il rifornimento di armi lungo l'asse Siria- Hibz Allah. Come si vede non vi sono regole di ingaggio che possano essere fissate per tutti gli scenari, ma vanno modulate a seconda dei compiti e delle esigenze.

Relativamente alla capacità di reazione delle forze di pace questa risulta essere in larga parte, permanendo le attuali condizioni di disimpegno europeo, legate alle forze italiane.

Queste ultime, grazie ad una politica estera decisa ed uniforme del vecchio governo, godono di un credito di fiducia da parte degli israeliani (sempre restii ad accogliere contingenti internazionali): tale credito sta, giorno dopo giorno, sciogliendosi al calore delle dichiarazioni dei ministri e mezzi ministri del nuovo governo quale irrimediabile filoarabismo incondizionato.

La capacità di reazione si fonda essenzialmente sulla preventiva conoscenza delle attività delle forze da dividere: in breve adeguata humint e avanzata sigint. Le forze armate italiane, che nelle proiezioni internazionali hanno acquisito esperienza e professionalità, sembrano essere al lumicino grazie a generosi colpi di forbice delle risorse finanziarie  che sembra far felice quegli stessi pacifisti che, ora, si beano a riempirsi la bocca sulle regole di ingaggio.

Uno scenario possibile: alla incapacità di prevenire nuovi attacchi terroristici sul proprio territorio, gli israeliani daranno 72 ore di tempo al contingente ONU per abbandonare l'area e provvederanno con le proprie forze armate a ricomiciare la lotta.

Sarebbe l'ultimo colpo, probabilmente mortale,  a quel nido di inefficientismo che è oggi il Palazzo di Vetro. 

Postato da: fenthion72 a 12:22 | link | commenti (4) |