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sabato, 28 gennaio 2006
Hamas: Arafat ultimo atto

Solo un ottuso e distorto senso storico, spesso filtrato da vetuste lenti ideologiche,  permette di affermare che Hamas sia nata nelle urne delle elezioni palestinesi. Siamo tutti qui a stracciarci le vesti per quella che è considerata una iattura per il processo di pace, cercando di individuare i colpevoli di questa esito elettorale. Purtroppo gli orizzonti speculativi si limitano a ricercarne i responsabili nella politica aggressiva israeliana, nella scarsa incisività del governo Abu Mazen e, con una vena razzistica, nella incapacità dei palestinesi a comprendere a fondo i benefici di una società libera e democratica.

Hamas è una pianta con radici profonde, seminata da Arafat e concimata dagli errori strategici di Israele e dell'Occidente.

Dopo gli accordi di Oslo era diffusa l'idea che la stada della pace dovesse passare inevitabilmente attraverso un rafforzamento di Arafat al quale, in cambio di una rinuncia al terrorismo e alla distruzione dello stato di Israele, vennero concessi legittimazione internazionale (fino al premio Nobel) e finanziamenti a pioggia senza indagare come questo fiume di denaro venisse impiegato.

Arafat, come tutti i dittatori, coltivava  l'antico disegno strategico per la conservazione del potere di tenere a bada la fronda interna e perpetuare l'esistenza di un nemico esterno, con il risultato che gli aiuti occidentali venivano impiegati per foraggiare quelle fazioni politico-militari più aggressive, per costituire un forza di polizia abnorme (quarantamila poliziotti per una popolazione di due milioni di abitanti), nonchè per arricchimenti personali.

Il diktat in tutte le sedi diplomatiche era di non indebolire Arafat: si arrivò, addirittura, in seguito agli accordi di Parigi del 1995, di trasferire, da parte degli israeliani, del 20 percento dei proventi dell'imposta palestinese sul valore aggiunto direttamente su un conto privato di Arafat in una banca di Tel Aviv: milioni di dollari a completa disposizione del dittatore.

Una classe dirigente corrotta ha lasciato il popolo palestinese in uno stato di indigenza, un paese senza strutture sociali e servizi, completamente adagiantesi sull'economia israeliana: su questo terreno si è inserita Hamas, che investendo la maggior parte delle elargizioni conferitele dal lider maximo in ospedali, mense, edifici scolastici, palestre ha assurto agli occhi della popolazione un ruolo di governo. E quando Hamas chiama il popolo risponde: martiri, terroristi, elettori.

Insomma, da parte dell'occidente si era dimenticata la lezione di Helsinki ,allorquando il blocco occidentale aveva messo nel pacchetto delle trattative  con l'Unione Sovietica, in base all'emendamento Jackson,  il rispetto dei diritti umani in cambio di aiuti tecnologici e scambi commerciali . Il trattato ha rappresentato, alla luce di  lucide revisioni storiche bilaterali ,  la prima picconata alla cortina di ferro che divideva il mondo libero da quello oppresso, poichè ha vivificato quello spirito di libertà che covava sotto le ceneri di una società oppressa e impaurita.

Si è permesso, invece, che un dittatore abbia  potuto continuare a perpetuare un potere assoluto, privo di controllo e, soprattutto, finalizzato a scongiurare la pace alimentando e legittimando quelle organizzazioni che, radicandosi e proliferando nella società palestinese, ora ne hanno assunto il comando.      

Trattare con Hamas? Considerla l'espressione spontanea e libera della volontà del popolo palestinese oppure evidenziarne le connotazioni terroristiche?

Certo è  che mettere al bando Hamas rischia di determinare un isolamento  internazionale della società palestinese, senza alcuna possibilità di incidere positivamente sulla volontà del popolo di raggiungere una pace che dia stabilità, libertà e miglioramento economico.

Trattare senza uno spirito, vero e sincero, di reciprocità  si rischia di fare concessioni alle quali non corrispondono avanzamenti sulla strada della normalizzazione.

Verrebbe da concludere che Oslo passa da Helsinki: le concessioni di autonomia, territori, finanziamenti devono andare di pari passo con la democratizzazione della società palestinese. Non imporre la democrazia, ma favorirne lo sviluppo e il radicamento.   

Postato da: fenthion72 a 09:59 | link | commenti (12) |