Non abbiate paura.
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Sergio Romano, in un editoriale sul Corriere della Sera, ripercorrendo la linea espressa nell'ultimo periodo, paventa la possibilità che un eventuale nuovo governo dell'Unione possa cancellare acriticamente l'opera riformatrice messa in atto dal governo di centro-destra.
A questa opera di repulisti non dovrebbe sfuggire la riforma del Titolo V della Costituzione che, a compiacimento della Lega, è denominata Devolution.
Ho cercato in questi giorni di evitare di leggere i commenti alla riforma, proponendomi, invece, di attuare un'opera di informazione il più possibilmente slegata da giudizi di parte, valutandone , senza scadere nel tecnicismo più esasperato, la vera portata innovativa.
Una analisi mirabilmente asettica, puntuale, formata e non informata, la si può reperire sul blog di Daniele Sfregola "Semplicemente Liberale" che traccia un profilo della riforma mettendone in risalto sia gli aspetti positivi che le pecche.
In sostanza, tra le virtù attribuibili alla devolution deve essere ascritta la ridefinizione della figura del premier che viene maggiormente responsabilizzato nel determinismo della politica dell'esecutivo, potendo nominare e revocare la compagine ministeriale, assumendo, di fronte agli elettori che gli hanno concesso la fiducia, una esposizione diretta a fronte degli impegni presi all'atto della presentazione di un programma di governo.
Un secondo aspetto della riforma, importante ai fini di uno snellimento dell'attività legislativa, è la riduzione del numero dei parlamentari e la diversificazione delle competenze tra le due camere che, nell'attuale ordinamento sembrano rappresentare una duplicazione di analoghe funzioni che si traduce in lunghi e penosi iter procedurali che spesso appaiono anacronistici con una struttura di una società che richiede tempi brevi e decisioni funzionali.
Non può trascurarsi, infine, la profondità della norma antiribaltone che porta ad un "contratto di lealtà" tra l'elettore e l'eletto e che, associata all'istituto della sfiducia costruttiva, mette al centro del mandato elettorale il cittadino elettore.
Ciò che non mi convince di questa riforma è il mancato federalismo fiscale. Daniele Sfregola analizza questo aspetto con lucidità non comune: " la riforma prevede che entro tre anni dalla entrata in vigore della stessa, sarà assicurata l'attuazione del federalismo fiscale. In realtà, si fisseranno dei limiti per cui in nessun caso l'attribuzione dell'autonomia impositiva alle Regioni. alle Provincie, alle città metropolitane e ai Comuni potrà determinare un incremento della pressione fiscale complessiva. Inoltre, viene inserito il concetto di sussidiarietà fiscale: il cittadino su alcune spese, come ad esempio quelle di mantenimento dei figli, invece di pagare le tasse e poi richiedere il rimborso a livello regionale, potrà detrarle direttamente dalla dichiarazione dei redditi. Poca roba, insomma. Perchè, in primis, il federalismo, per poter funzionare, ha bisogno correttamente di a) pochissimi livelli diversi di enti locali; b) pochissimi enti locali al medesimo livello. Ora, in Italia, non risulta soddisfatta nè la prima nè la seconda delle condizioni. Il risultato sarà un probabile aumento di burocrazia al livello degli enti locali, che si sommeranno a quelli già esistenti e a quelli del centro, che non verranno smantellati."
Il federalismo fiscale, nella piena attuazione, consentirebbe al cittadino di avere una maggiore consapevolezza del destino dei propri tributi e metterebbe gli amministratori locali nella posizione di rendicontare in maniera più puntuale la ripartizione del gettito fiscale: sarebbe la via maestra per ridurre le spese per l'automantenimento della macchina burocratica ("affamando la bestia") e una maggiore quota di storno verso i servizi di pubblica utilità sulla cui qualità e stratificazione il cittadino-elettore lega il proprio consenso. Si tratta di catalizzare la comparsa nell'amministrazione pubblica di un circolo virtuoso che ha il pregio di porre al centro il cittadino, avvicinandolo alla stanza dei bottoni, rendendolo partecipe consapevole di quei meccanismi che, oggi lontani e spesso ostili, regolano la vita nel consorzio sociale.