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sabato, 30 settembre 2006
Chi ha tradito la Resistenza?

Non ancora nelle librerie, eppure l'ultima fatica editoriale di Giampaolo Pansa sembra destinata a vivacizzare la dialettica storico-politica italiana: fiumi di inchiostro biliare da sinistra sul tradimento (finanche" alto tradimento" in ragione delle radici politiche dell'autore) della Resistenza da parte del nuovo profeta del non mai abbastanza vituperato "revisionismo storico", corpo contundente nelle mani della destra da scagliare contro gli avversari che sulla vulgata resistenziale hanno costruito le porprie fortune politiche ed accademiche.

Si avverte palpabile il pericolo che, come consuetudine, si perda di vista, enfatizzando l'uno o l'altro aspetto, lo spirito che permea opere di questo tenore: ricollocare nell'alveo della verità storica, che non può cristallizzarsi nella liturgia celebrativa e nelle strumentalizzazioni di parte, un evento di grande portata morale che ha partorito la Repubblica.

Pansa si inserisce dignitosamente in quel filone di ricerca storica che tenta di analizzare il fenomeno resistenziale disincrostandolo dall'ideologismo interpretativo.

Aveva cominciato Claudio Pavone nel 1984  che con "Una guerra civile"  proponeva per la prima volta in Italia una visione poliedrica della Resistenza, vista come la confluenza di tre aspetti principali: lotta patriottica, lotta civile, lotta di classe. Tre aspetti spesso presenti contemporaneamente nei resistenti nei quali, tuttavia, il vissuto politico e culturale, tendeva ad esaltarne l'uno rispetto all'altro.

Un elegante e incisivo tentativo per superare quegli steccati ideologici che rappresentano, ancora oggi, il contrafforte di una memoria divisa , con una analisi che, partendo dal presupposto fondamentale che tra le due parti la libertà animava solo una di esse, cercava di comprendere le ragioni di una scelta sbagliata.

Pansa, con quest'ultima opera, che può considerarsi l'ultima di una trilogia cominciata con " Il sangue dei vinti", continuata con "Sconosciuto 1945", prosegue, con la cifra stilistica  che gli è propria, sul percorso di un revisionismo che è figlio naturale del processo storicistico e che si nutre di nuove testimonianza, documentazioni e rielaborazioni critiche.

Anche "La grande bugia" diverrà un caso editoriale: prevedo convegni, dibattiti televisivi in ciascuno dei quali ognuno schiererà i propri pezzi da novanta, sacerdoti titolari e di complemento  e anticristi resuscitati,  che si accapiglieranno su argomentazioni e tesi precostitute, con l'unico risultato finale, inevitabile, che ognuno rimane nella propria trincea a difesa di un verità che tale non può essere fino a quando rimane di parte.

Una sola speranza residua: che il fenomeno resistenziale venga riconosciuto come fondamentale nella vita democratica del Paese, che lo spirito che animava chi la Resistenza l'ha combattuta è drammaticamente dissonante da quello che anima i tagliatori di teste, i kamikaze, Hamas, Hitz-ballah.

    

           

Postato da: fenthion72 a 14:24 | link | commenti (1) |